Verso una gestione consapevole dello smart working

Come preservare il delicato equilibrio tra la vita privata e la vita professionale quando il lavoro irrompe tra le mura di casa attraverso le connessioni attivate dalla rete? È questa una domanda profondamente avvertita da molti smart worker (o “lavoratori agili”). Una domanda tanto più avvertita oggi, vista la condizione di “isolamento domestico” in cui questi lavoratori si trovano a operare a causa della diffusione del Coronavirus.

 

 

L'11 marzo del 2020, proprio in conseguenza della diffusione del virus, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di pandemia. I governi dei paesi coinvolti dal contagio, per tutelare l’incolumità della popolazione, hanno predisposto alcune norme restrittive che impongono anzitutto il “distanziamento sociale”.

In questa inattesa situazione di emergenza anche la disciplina del lavoro è entrata in un nuovo regime. Laddove è stato, infatti, possibile i governi hanno incoraggiato l’adozione dello smart working  ovvero una modalità di lavoro flessibile che consente di svolgere le proprie attività “a distanza”, connettendosi alle reti aziendali attraverso l’ausilio di tecnologie dedicate (le cosiddette ICT: Information and Communications Technology).

Per effetto di tali disposizioni, si è registrato un trend di crescita dello smart working, come dimostrano alcune statistiche. In Italia, alla fine del 2019, gli smart worker erano circa 570 mila. A poche settimane dall’inizio della pandemia altri 555 mila si sono aggiunti al computo. Le previsioni di medio e lungo periodo ci dicono che potrebbero seguire ancora 8 milioni. Quest’improvvisa ascesa dello smart working non si può interpretare, però, come una rivoluzione. Essa è, piuttosto, l’accelerazione di un processo che era già in atto da alcuni anni.

Per comprendere la portata di questo processo si potrebbe partire da una considerazione di base: le recenti innovazioni tecnologiche e il diffuso impiego delle ICT hanno contribuito, negli ultimi decenni, a generare un nuovo ambiente sociale. Un ambiente in cui lo spazio condiviso (e, dunque, anche lo spazio lavorativo) non coincide più necessariamente con un luogo determinato (come, ad esempio, il luogo di lavoro).

Espressione eloquente di questo cambiamento è l’affermazione del concetto di smart city: un’immensa città virtuale in cui i social forum prendono il posto delle piazze. Sono proprio, però, quei luoghi fisici di cui oggi constatiamo la dispersione a offrire la base per lo sviluppo di culture e di identità ben caratterizzate. Proprio all’interno di quei luoghi noi sviluppiamo un sistema di rapporti umani. Proprio in relazione a quel sistema di rapporti noi definiamo la nostra identità. Quando, dunque, quei luoghi diventano virtuali anche il nostro carattere viene riplasmato con conseguenti stati di precarietà, di disorientamento e di alienazione.

Questo senso di alienazione è tanto più apprezzabile in ambienti lavorativi dove diviene fonte di tensioni in particolare per gli smart worker. Questi ultimi, privati dei propri luoghi di riferimento (i cosiddetti workplace), sono colti, infatti, da una schiacciante apprensione. Quella di mantenere un contatto ininterrotto con i propri colleghi e datori di lavoro, ritrovandolo in uno stato di iper-connessione. A tal fine essi sono indotti a inviare (e contemporaneamente a ricevere) sollecitazioni mediatiche (ad esempio le email, i messaggi istantanei, le richieste di videoconferenze). Se così facendo essi intendono dimostrare disponibilità (oltre che personalità e professionalità), allo stesso tempo alimentano anche uno stato di preoccupazione (la cosiddetta workplace telepressure), che può, a sua volta generare cali di concentrazione, tensioni familiari e perdita di produttività.  Nei casi più estremi, si possono innescare inoltre pericolosi meccanismi di “dipendenza dal percorso”. Questi meccanismi, legati all’uso improprio delle tecnologie, possono produrre delle vere e proprie trappole comportamentali rafforzando, attraverso la loro reiterazione quotidiana, routine organizzative errate e dannose.

Come fare per evitare questi rischi?

In questo periodo di emergenza, l’adozione di adeguate strategie per l’efficace gestione dello smart working assume un carattere di assoluta priorità. Tra queste, i ricercatori raccomandano di cercare un giusto equilibrio in un grado di connettività adeguato, priva di eccessi, che consenta un efficace svolgimento del lavoro e al tempo stesso garantisca l’equilibrio tra sfera professionale e privata. I ricercatori raccomandano quindi di accompagnare lo smart working a un percorso di più profonda consapevolezza tecnologica: una conoscenza delle tecnologie che si utilizzano è infatti ritenuta fondamentale per scongiurare questi rischi di perdita di identità, alienazione, dipendenza, stress. Ciò significa, in sostanza, adattare a noi le nuove tecnologie, inserendole nelle nostre routine lavorative. Non viceversa.

 

Per saperne si più:

Demarco Daniele, Errichiello Luisa, Quando l’emergenza accende l’innovazione: ICT, smart working e le tensioni della connettività”, in "Spremute digitali", aprile 2020, in: https://www.spremutedigitali.com/ict-smart-working-connettivita/

Daniele Demarco (CNR-ISMed) indaga come l’innovazione tecnologica e la creazione di atmosfere virtuali stanno influenzando la percezione dello spazio e la percezione dell’esperienza.

Luisa Errichiello (CNR-ISMed) è esperta di processi di cambiamento organizzativo legati all’adozione dell’ICT e di modelli di lavoro a distanza, tra cui lo smart working.

 

Autori di numerosi articoli scientifici e di divulgazione hanno pubblicato, tra l'altro:

Demarco D., 2018, I concetti di spazio e di luogo nell’immaginario occidentale contemporaneo. Per una definizione dell’esperienza nella surmodernità, in Laboratorio dell’ISPF. Rivista elettronica di  testi saggi e strumenti, vol. XV, DOI: 10.12862/Lab18DMD, ISSN 1824 9817. http://www.ispf-lab.cnr.it/2018_DMD.pdf

Errichiello L. (2018), Smart working = meno controllo?, settembre su https://www.spremutedigitali.com/smart-working-e-controllo-organizzativo/

Errichiello, L. (2014). The Path Constitution of Technology Artifacts and Organizational Routines: A Morphogenetic Approach. In Academy of Management Proceedings, No. 1, p. 13557Briarcliff Manor, NY 10510: Academy of Management.

 

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